Una celebre parabola Zen narra di due monaci, un maestro anziano e un novizio, in cammino lungo le rive di un fiume. Sulla sponda incontrarono una giovane donna, ferma e timorosa di sfidare la corrente da sola. Senza esitazione, il monaco anziano la caricò sulle spalle, la scortò fino all’altra riva e, una volta riposta a terra, riprese il suo viaggio in silenzio.

Solo più tardi, vicino al monastero, il novizio esplose: «Come hai potuto prendere una donna sulle spalle? Non è appropriato per un monaco!»

Il maestro rispose con calma: «Io l’ho lasciata lì. Tu, invece, la stai ancora portando?»

Questa breve storiella racchiude una lezione fondamentale anche per il contesto aziendale: non sono gli eventi in sé a creare stress o conflitto, ma il modo in cui li interpretiamo e li tratteniamo.

Spesso reagiamo attraverso filtri mentali fatti di regole rigide, credenze consolidate e automatismi. Questi filtri generano giudizio, ostacolano l’ascolto e limitano la comunicazione autentica.

Nella leadership empatica, è essenziale distinguere tra fatti e interpretazioni, restando radicati nel presente. Quando fatichiamo a lasciare andare, la mente rimugina: su ciò che è stato detto, su ciò che avremmo voluto dire o su ciò che immaginiamo possa accadere. Così perdiamo il contatto con la realtà e con le persone con cui lavoriamo.

L’empatia efficace richiede presenza: affrontare una situazione nel momento in cui si manifesta, rispondere in modo consapevole e poi lasciarla andare. Questo approccio riduce il peso del giudizio e promuove relazioni più autentiche, collaborative e produttive.

Come insegnava un grande maestro Zen, alla domanda sul segreto della pace interiore: «Quando mangio, mangio. Quando dormo, dormo.» Essere presenti significa questo: concentrarsi sul qui e ora, senza continuare a portare sulle spalle ciò che non serve più.

In sintesi: nel lavoro come nella vita, i problemi vanno affrontati nel momento in cui si presentano… e poi lasciati andare.